Sopra i tetti di Firenze

IL DIARIO DI CECILIA PEZZA

Aligi BarducciArchivio

lunedì

4

febbraio 2013

La Maestà del popolo governava la città

Categoria Pezzi di Pezza

Mario Fabiani è stato sindaco di Firenze dal 1946 al 1951 di lui ho parlato nella mia tesi di laurea (Il PCI e il regionalismo: il ruolo di Mario Fabiani). Per questo sono stata inviata ad intervenire in occasione dell’inaugurazione delle sale della Provincia di Firenze intitolate a lui e a Aligi Barducci.

“Tutte le volte che ci accingiamo a far pagare i ricchi, ci accorgiamo che, per i ricchi, c’è sempre il modo di sfuggire al pagamento: ed allora noi finiamo per accordarci con essi, siamo da essi ricattati. Se almeno una volta riusciremo a farli pagare, sarà una soddisfazione morale per tutti i lavoratori ai quali chiediamo di pagare l’imposta di famiglia e che la pagano in proporzione molto più forte dei ricchi”: non è una frase del 2012, anche se potrebbe sembrarlo. È un passaggio dell’intervento che Mario Fabiani, allora sindaco di Firenze, pronuncia in consiglio comunale durante la votazione del bilancio, nel 1949.

Ho scelto di cominciare il suo ricordo da qui perché c’è una attualità stringente che ritroviamo in tanti momenti del suo pensiero e della sua azione politica, una attualità che aiuta a riflettere e ad agire anche oggi. Penso ai controlli della guardia di finanza a Cortina, ma anche e soprattutto a quanto sia difficile introdurre una patrimoniale in Italia, uno dei Paesi a più alto tasso di evasione, il Paese dove vince troppo spesso la cultura del “furbismo”, certo non nuova in Italia se pensiamo che ne dava testimonianza Giuseppe Prezzolini nei suoi diari durante il primo conflitto mondiale.

È la questione sociale che Fabiani tiene alta negli anni immediatamente dopo la Grande Guerra: la sua azione e le sue parole si rivolgono quasi sempre al popolo lavoratore, quel popolo che, come scrisse Pratolini nel 1947 sul Politecnico, aveva liberato Firenze dall’occupazione nazifascista.

Quel popolo cui si rivolgevano le scelte dell’amministrazione comunale quando, durante la ricostruzione, si privilegiò l’edificazione di case per gli sfollati, scuole e ospedali piuttosto che il culto del bello, il rischio di rendere Firenze un salotto per benpensanti, una città da cartolina, immobile, piegata alla rendita.

Una questione sociale che parte dal rispetto dei valori democratici: Fabiani, animatore della Resistenza, nel 1951 parlando in consiglio provinciale ricorda cosa è significata la dittatura per la democrazia italiana: “non è male fare un confronto con il presente, perché anche allora non si iniziò con una aperta dichiarazione di antidemocrazia, ma si iniziò col filosofare sul concetto dell’espressione del voto democratico. Si iniziò la lotta contro un determinato partito della nazione, non contro tutta la nazione, non contro tutti i partiti democratici, ma contro un particolare partito e una particolare tendenza di partiti politici e anche allora vi furono alcuni partiti democratici che credettero che la lotta di una parte della nazione fosse veramente una lotta per rinforzare il regime della democrazia. Essi dovettero esperimentare a proprie spese che una volta liquidati questi partiti, furono liquidati anche gli altri e la democrazia. E questo insegna che non si possono togliere ad una parte di popolo gli stessi diritti politici, gli stessi diritti elettorali degli altri, senza uccidere completamente tutta la vita democratica”.

I partiti: quelle organizzazioni in cui si associano liberamente i cittadini “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, come ebbero a scrivere i padri costituenti nel nostro dettato costituzionale. I partiti come fulcro della democrazia: Fabiani torna più volte su questo concetto, soprattutto raccontando ai giovani che ruolo chiave, di salvataggio dalla solitudine, ebbe l’organizzazione giovanile del partito comunista quando lui giovane, a Empoli, si trovava solo nella sua posizione di antifascista.

La democrazia per Fabiani è dunque, prima di tutto, il rispetto della Costituzione: in questo solco si apre il suo impegno, soprattutto durante gli anni della sua presidenza in questo palazzo, per l’attuazione dell’Ente Regione. È nota a tutti la battaglia antiprefettizia che lui stesso portò avanti, ma non solo: fu animatore del Comitato per l’attuazione dell’Ente Regione, e dette vita all’Unione Regionale delle Provincie Toscane, delineando attraverso questo organo un’idea pregnante e solida della Toscana, secondo le peculiarità della nostra terra, le difficoltà economiche da risolvere, la sue potenzialità.

Pensate solo che nel 1963, sulle pagine della rivista “La regione”, organo di stampa dell’URPT, già si discutevano e si studiavano le diverse localizzazioni possibili per l’aeroporto fiorentino! Nel solco del suo impegno nelle pubbliche amministrazioni, credo sia interessante ricordare anche il tentativo di costituire un piano regolatore che superasse i confini del comune fiorentino per disegnare l’area vasta: nel 1951, alle porte del voto amministrativo, questo piano non trova l’unanimità in  consiglio comunale, tant’è che verrà adottato come studio, senza la valenza del vero e proprio piano regolatore. Una sconfitta, forse, ma sicuramente un’intuizione che trova ancora oggi aperto un profondo dibattito.

Ho scelto di parlare di questo ex sindaco ed ex presidente della provincia – come dice Pratolini, di questo “ex impiegato dalle spalle strette e l’occhio pensoso” – partendo  dalle sue parole: bastano queste infatti a tracciare i lineamenti di uno dei personaggi che, insieme a Giorgio La Pira, Giuseppe Rossi ed a tutta quella generazione “primaria”  – come la indicò Giorgio Mori nel 1984  sulla rivista “Il Ponte” – fu protagonista non solo della liberazione e della ricostruzione fiorentina, ma prima ancora e soprattutto della rigenerazione morale e culturale del nostro territorio e del nostro Paese.

Voglio terminare con due ultime immagini, che ritengo estremamente significative. Sono sempre parole, ma questa volta non sue. La prima immagine è un ricordo dell’incontro  che Fabiani ebbe con Elio Gabbuggiani, nel momento in cui gli passò le consegne di presidente della provincia quando, nel 1963, fu eletto senatore. Possiamo vederli ancora questi due comunisti, di due generazioni diverse ma estremamente vicine, che si guardano negli occhi con quella franchezza propria della buona politica, in questo palazzo pieno di storia.

È Gabbuggiani a parlare, e dice: “per me, allora trentasettenne, raccogliere l’eredità prestigiosa di un uomo come Fabiani non fu facile. Ricordo ancora quando Fabiani mi si avvicinò e mi elargì preziosi consigli che divennero un modello di comportamento che mi affrettai a seguire e che mi permise di superare il primo, pericoloso impatto con l’assemblea. Non convocare il consiglio subito – mi disse Mario – aspetta qualche giorno. Nel frattempo, preparati, informati su tutto. Ci sono molti che non aspettano altro che vederti in difficoltà. Deludili.” Deludili, consiglia Fabiani. Ed è un consiglio che esce da questo palazzo e dal 1963, per restare vivo in tutte le nuove generazioni che si affacciano all’impegno politico. Un insegnamento che più di ogni altro si ritrova nella storia, anno dopo anno.

E l’ultimo ricordo è questo, sono le parole di addio che Alberto Cecchi utilizzò nel 1974 per salutare Mario Fabiani: “si può, Mario, sostituirti in una funzione, in un incarico, ma a nessun singolo di noi è dato sinora raccogliere per intera l’eredità tua. Il partito, sì, lo può. Tutti insieme possiamo portarla. Così se tu, Mario, te ne vai, tu, compagno Fabiani, resti vivo nel tuo partito”.

Il primo sindaco delle elezioni libere, nel 1946, quel sindaco per cui “la bandiera rossa sventola su Palazzo Vecchio”, il presidente della Provincia di Firenze che ha segnato gli assetti istituzionali non solo locali, ma nazionali, è dunque prima di tutto un compagno. Un compagno che ha fatto i conti con la storia e con il suo partito, distinguendosi nell’antistalinismo – è nota a tutti la sua famosa frase “è morto un tiranno” alla notizia della morte di Stalin – ma restando nel tempo un punto di riferimento forte per tutto il Partito Comunista fiorentino. Ed anche oggi, per Firenze, è il sindaco operaio che va ad accogliere Pablo Neruda scendendo le scale maestose di Palazzo Vecchio.