Sopra i tetti di Firenze

IL DIARIO DI CECILIA PEZZA

martedì

19

gennaio 2016

Firenze città aperta

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

Oggi i giornali danno giustamente grande attenzione al regolamento che abbiamo approvato ieri in Consiglio comunale a tutela del patrimonio Unesco. Un regolamento che tenta di disciplinare alcuni aspetti del commercio cittadino per salvaguardare la qualità delle botteghe nella nostra città, che stabilisce orari di chiusura per i dehors provando in questo modo a rispettare il diritto al riposo dei residenti, che stringe la cinghia contro la vendita degli alcolici per intraprendere una campagna contro l’abuso di alcool e contro le sue conseguenze, sia in termini di salute che in termini di degrado per le strade.

Insomma, bene. Bene voler dare un senso più profondo al centro fiorentino del solo usa e getta di triste memoria. Bene voler stabilire un livello elevato di qualità dell’offerta del nostro commercio. Si tratta di una sfida complicata, da giocare in punta di diritto, stretti da una parte da una normativa nazionale che – giustamente – ha allargato negli anni le maglie per la libera impresa e dall’altra dalla necessità sempre più evidente di valorizzare e tutelare ciò che di più caro abbiamo: l’identità fiorentina.

Quello che vorrei fosse chiaro a questo punto è quale sia l’identità fiorentina di cui parliamo: Firenze è storicamente città di commerci, la sua è una vocazione internazionale, le sue strade da sempre brulicano di esperienze e culture diverse. Io non voglio, non ho mai immaginato una città monocolore. Né, tantomeno, una città con le saracinesche chiuse.

Il senso del regolamento, o almeno il motivo per cui l’ho sostenuto pur conoscendone la delicatezza, è che possiamo fare di più: che Firenze può dimostrare attraverso il suo commercio modelli integrativi innovativi. Non una campagna contro qualcuno o qualcosa dunque, ma una richiesta a tutti di fare un passo in avanti insieme. Perché la nostra sarebbe una città più povera senza piccole attività come quelle tanto contestate dei minimarket, ma sarà una città assai migliore di quella attuale quando questi piccoli negozianti saranno davvero integrati, faranno parte del tessuto cittadino, rispettando regole chiare e venendo al contempo riconosciuti come parte integrante dell’offerta commerciale.

La realtà italiana d’altra parte parla chiaro: ogni giorno chiudono trenta botteghe e di queste una su quattro resta sfitta: una città con i fondi vuoti è una città peggiore, e non dobbiamo andare in questa direzione. Ma è altresì evidente la necessità di ostacolare fenomeni pericolosi, come ad esempio la vendita di alcolici a basso prezzo: per questo il nostro regolamento gioca un ruolo importante, quello di provare a tracciare una strada nuova che, rispettando la libertà di tutti di fare impresa, responsabilizzi chi la fa. Questo è importante: la responsabilità. Da qui possiamo partire per immaginare una Firenze aperta e piena di offerte, una Firenze multiculturale anche nel commercio.

Sarà possibile farlo? Questo regolamento sarà lo strumento adatto? Io non lo so, sicuramente è un tentativo. Ma alcune cose vanno chiarite subito: per riuscire in questa impresa serve il concorso di tutti, anche dei proprietari dei fondi commerciali che devono sentirsi responsabilizzati insieme ai negozianti nella lotta al degrado e alla rendita. Infine, va chiarito un altro punto: non è un regolamento contro, ma un regolamento per. E questo fa la differenza, la profonda e necessaria differenza tra una cultura del vivere la città sostenibile e una che poggia le basi sulla paura. Proprio in questo tempo di terrore, di paura del diverso, di caccia al nemico, Firenze e i suoi rappresentanti devono dimostrare che vivere insieme, nel rispetto reciproco, non solo è possibile ma anche moralmente necessario. Per questo a mio avviso il regolamento è un passo importante, ma non basta da solo: occorrono al più presto, oltre al disciplinare sul commercio tradizionale che stilerà la giunta, strumenti formativi e integrativi che permettano a tutte quelle attività esistenti, disponibili a intraprendere un percorso di riqualificazione del proprio negozio, di continuare a lavorare, meglio e più di prima.

Perchè Firenze è città aperta, lo è da sempre e non vuol certo smettere di esserlo ora.

 

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