Sopra i tetti di Firenze

IL DIARIO DI CECILIA PEZZA

Le cose che abbiamo in Comune

martedì

19

gennaio 2016

Firenze città aperta

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

Oggi i giornali danno giustamente grande attenzione al regolamento che abbiamo approvato ieri in Consiglio comunale a tutela del patrimonio Unesco. Un regolamento che tenta di disciplinare alcuni aspetti del commercio cittadino per salvaguardare la qualità delle botteghe nella nostra città, che stabilisce orari di chiusura per i dehors provando in questo modo a rispettare il diritto al riposo dei residenti, che stringe la cinghia contro la vendita degli alcolici per intraprendere una campagna contro l’abuso di alcool e contro le sue conseguenze, sia in termini di salute che in termini di degrado per le strade.

Insomma, bene. Bene voler dare un senso più profondo al centro fiorentino del solo usa e getta di triste memoria. Bene voler stabilire un livello elevato di qualità dell’offerta del nostro commercio. Si tratta di una sfida complicata, da giocare in punta di diritto, stretti da una parte da una normativa nazionale che – giustamente – ha allargato negli anni le maglie per la libera impresa e dall’altra dalla necessità sempre più evidente di valorizzare e tutelare ciò che di più caro abbiamo: l’identità fiorentina.

Quello che vorrei fosse chiaro a questo punto è quale sia l’identità fiorentina di cui parliamo: Firenze è storicamente città di commerci, la sua è una vocazione internazionale, le sue strade da sempre brulicano di esperienze e culture diverse. Io non voglio, non ho mai immaginato una città monocolore. Né, tantomeno, una città con le saracinesche chiuse.

Il senso del regolamento, o almeno il motivo per cui l’ho sostenuto pur conoscendone la delicatezza, è che possiamo fare di più: che Firenze può dimostrare attraverso il suo commercio modelli integrativi innovativi. Non una campagna contro qualcuno o qualcosa dunque, ma una richiesta a tutti di fare un passo in avanti insieme. Perché la nostra sarebbe una città più povera senza piccole attività come quelle tanto contestate dei minimarket, ma sarà una città assai migliore di quella attuale quando questi piccoli negozianti saranno davvero integrati, faranno parte del tessuto cittadino, rispettando regole chiare e venendo al contempo riconosciuti come parte integrante dell’offerta commerciale.

La realtà italiana d’altra parte parla chiaro: ogni giorno chiudono trenta botteghe e di queste una su quattro resta sfitta: una città con i fondi vuoti è una città peggiore, e non dobbiamo andare in questa direzione. Ma è altresì evidente la necessità di ostacolare fenomeni pericolosi, come ad esempio la vendita di alcolici a basso prezzo: per questo il nostro regolamento gioca un ruolo importante, quello di provare a tracciare una strada nuova che, rispettando la libertà di tutti di fare impresa, responsabilizzi chi la fa. Questo è importante: la responsabilità. Da qui possiamo partire per immaginare una Firenze aperta e piena di offerte, una Firenze multiculturale anche nel commercio.

Sarà possibile farlo? Questo regolamento sarà lo strumento adatto? Io non lo so, sicuramente è un tentativo. Ma alcune cose vanno chiarite subito: per riuscire in questa impresa serve il concorso di tutti, anche dei proprietari dei fondi commerciali che devono sentirsi responsabilizzati insieme ai negozianti nella lotta al degrado e alla rendita. Infine, va chiarito un altro punto: non è un regolamento contro, ma un regolamento per. E questo fa la differenza, la profonda e necessaria differenza tra una cultura del vivere la città sostenibile e una che poggia le basi sulla paura. Proprio in questo tempo di terrore, di paura del diverso, di caccia al nemico, Firenze e i suoi rappresentanti devono dimostrare che vivere insieme, nel rispetto reciproco, non solo è possibile ma anche moralmente necessario. Per questo a mio avviso il regolamento è un passo importante, ma non basta da solo: occorrono al più presto, oltre al disciplinare sul commercio tradizionale che stilerà la giunta, strumenti formativi e integrativi che permettano a tutte quelle attività esistenti, disponibili a intraprendere un percorso di riqualificazione del proprio negozio, di continuare a lavorare, meglio e più di prima.

Perchè Firenze è città aperta, lo è da sempre e non vuol certo smettere di esserlo ora.

venerdì

1

maggio 2015

Un gran bel lavoro

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

Festa del lavoro, anzi Festa dei lavoratori. Che oltre a una stato Facebook merita qualcosa di più.

Allora ho pensato alle cose fatte negli ultimi mesi in Comune, alla presidenza della Commissione Lavoro, una commissione che ogni giorno cerca di onorare questa Festa, che è stata fatta per questo, qualche mandato fa che ancora probabilmente io nemmeno votavo, e che ancora è attiva in Palazzo Vecchio, ci si lavora insieme sia che siamo consiglieri di maggioranza sia che siamo consiglieri di opposizione, ognuno certo fa la propria parte ma non esiste strumentalità davanti al lavoro che non c’è.

Così oggi penso alle tante persone che sono passate da quella stanza: a quelle a cui posso associare con soddisfazione qualche piccola o grande conquista, a quelle che vivono crisi occupazionali ancora in corso, a quelle che purtroppo il posto l’hanno perso. Penso a quanto un Comune grande come il nostro sia a sua volta datore diretto o indiretto di lavoro: una responsabilità enorme che troppo spesso negli anni è stata relegata all’attenzione degli uffici e che invece sempre di più torna a farsi presente, portandoci di volta in volta a dover scegliere, a prendere posizione sul futuro delle persone: il nostro impegno per  modificare la legge regionale in materia di appalti inserendo tutele maggiori per il personale impiegato è un esempio sicuramente attuale di quel che abbiamo fatto.

Penso che il lavoro che abbiamo incontrato in questi mesi sia tanto, diverso, a volte ingiusto: ci occupiamo facilmente di casi risolvibili o eclatanti, ai quali ovviamente dobbiamo  la nostra massima attenzione, ma poi giornalmente ci rendiamo conto che quel che è sfuggito dalla nostra attenzione è ancora tanto, ed è difficile da inquadrare, da tutelare, da comprendere a volte. Eppure è proprio su questa linea di frontiera che dobbiamo impegnarci di più, è qui che si giocano i diritti del futuro, i diritti di quella enorme parte di cittadini che non hanno ancora strumenti, luoghi e forme per darsi una voce. In questa battaglia ho trovato al mio fianco un pezzo del più importante sindacato d’Italia: Nidil Cgil che ogni giorno si occupa proprio dei lavoratori meno riconoscibili. Ed è bello, per una come me che quando entra in Cgil si sente a casa da quando era al liceo, sapere che anche nei sindacati sta crescendo l’attenzione verso i nuovi lavori, quelli più difficili da tutelare.

Penso infine che a volte le persone conosciute in questi mesi a cui mi sono sentita tantissimo vicina non sono stati i lavoratori, ma i datori di lavoro: quando vedi dure sorelle che hanno ereditato l’azienda di famiglia e hanno le lacrime agli occhi nel raccontarci le difficoltà, quando un imprenditore scende da Milano a comunicare alla Commissione che vorrebbe fare di più, ma le ha provate tutte e proprio non sa dove battere la testa..Beh, anche questo vuol dire lavoro, soprattutto in un Paese come il nostro, di piccole attività che hanno per anni tenuto in piedi la nostra economia e che adesso davanti alla crisi, alla globalizzazione si sentono perse. Anche per queste persone oggi deve essere Festa.

Buon Primo Maggio a tutti, e da domani buon lavoro, Italia.

sabato

28

febbraio 2015

Appalti, garantire servizi e garantire il lavoro

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

Non è la prima volta che affronto questo argomento sul blog. Si tratta infatti di una cosa assai frequente per un’amministrazione comunale quella di dare in appalto determinati servizi, creando di conseguenza un indotto sia in termini occupazionali che di stili di vita.

Come presidente della Commissione Lavoro adesso, ma anche negli anni passati come comsingliera comunale e basta, mi si è sempre posto il problema di garantire una continuità lavorativa alle persone impiegate in questi settori. Capiamoci: l’arco di intervento è enorme. I bandi di gara esistono per le grandi opere, per gestire le manutenzioni ordinarie, come ad esempio può capitare per un Comune riguardo al verde pubblico, per attività legate al sociale, alla cultura, e anche, anzi forse più del resto, per quanto riguarda servizi primari e fondamentali come le pulizie, i portierati e via di seguito. Non tutti questi appalti sono uguali e non tutti sono banditi dagli stessi livelli occupazionali. Quel che interessa a me, in questo post, è restringere il campo ai bandi di servizi in cui la componente principale è fornita dalla manodopera, cioè dal lavoro diretto delle persone, senza macchinari o strumentazioni particolari.

Altra cosa da dire: negli ultimi anni, a causa dei tagli agli Enti Locali da parte dello Stato centrale e per altri motivi legati, per esempio, alla crisi, i soldi che i Comuni investono in questi servizi, esattamente come in tante altre voci di spesa, sono sempre andati diminuendo. A questo non esiste rimedio finchè non ci sarà un cambio di rotta non solo nazionale, ma direi europeo. Perchè l’austerità tanto discussa poi si vive sulla ciccia delle persone, nella qualità dei servizi, nella garanzia di un lavoro. Ma questo è un altro discorso, solo serve per inquadrare il problema.

Diminuendo le finanze, diminuiscono dunque, di rinnovo in rinnovo dello stesso bando, le opportunità occupazionali e l’offerta data alla cittadinanza. Questo crea una serie di questioni non di poco conto, la prima tra tutte è quella per cui scrivo, ovvero la perdita di un numero di posti di lavoro consistente ogni volta che si va a rinnovare un servizio dato in appalto.

Come se ne esce? Non è semplice dirlo. Io penso che una strada da percorrere sia quella di studiare nuove formule di affidamento dei servizi, non per forza con bandi triennali (o poco più), costruendo un nuovo patto con gli operatori del settore e le rappresentanze sindacali, per condividere oneri ed onori, per valorizzare le realtà che operano sul territorio e creano un valore aggiunto non solo in un determinato appalto ma più in generale a una comunità. Perchè se è vero come è vero che c’è da stringere i denti per tutti, bisogna provare a farlo insieme, a salvarci tenendoci per mano, senza dare spazio a facili scorciatoie che richiano solo di dequalificare i servizi e mortificare chi crea indotto qui, magari contribuendo anche all’inserimento sociale di categorie svanatggiate. Insomma, non è facile ma la formula per garantire tutti va trovata insieme, e questo è compito della politica, perchè si tratta di mettere le basi di un nuovo sistema economico sociale cuon il quale guardare oltre la crisi.

Intanto, noi proviamo a fare il nostro. E qui vengo al dunque. C’è un lungo discutere sulla possibilità o meno di garantire la continuità occupazionale tra un appalto e l’altro; la giurisprudenza non è chiara e nella confusione la politica viene ad essa sottoposta, lasciando così spesso centinaia (perchè di questo si tratta, soprattutto per un Comune grande come quello di Firenze) di persone senza tutele e sicurezza sul proprio futuro. Ci sono forme con cui frenare questo “spargimento di sangue”, ma non sono applicabili spesso, secondo gli uffici delle istituzioni. Perchè, appunto, confliggono tra loro le strade per uscirne, e i Comuni, non avendo potestà legislativa, poco possono per cambiare la situazione. Allora con i consiglieri del Pd che fanno parte della Commissione Lavoro abbiamo lavorato ad una risoluzione per chiedere alla Regione Toscana di intervenire sulla propria legge sugli appalti, ed abbiamo chiesto anche alle consigliere di opposizione presenti nella nostra Commissione di firmare l’atto. Posto che non basta e che è dunque importante in tal senso sostenere la proposta di legge nazionale promossa dalla Cgil in queste settimane, pensiamo che se la Regione modificasse la sua legge inserendo un chiaro riferimento all’obbligo, per il soggetto che entra in un appalto, di riassorbire il personale precedentemente occupato, questo aiuterebbe anche i Comuni a creare maggiori garanzie per chi lavora nei loro servizi, seppur non è loro diretto dipendente.

Ripeto: questo non risolve il problema, perchè per trovare una via d’uscita sarebbe necessario costruire nuove modalità gestionali. Ma il senso della risoluzione è quello di cercare di tracciare una strada, di dare un indirizzo, e di inziare, in Toscana, a dare il buon esempio, anche al Governo.

venerdì

18

aprile 2014

Fuori le mura

Categoria Le cose che abbiamo in Comune, Senza categoria

In queste prime giornate di incontri per la città, mi è capitato di visitare la nuova sede di IED, l’Istituto Europeo di Design che da più di un anno si trova in via Bufalini: tanti studenti, italiani e non, che studiano e si formano sul design, cercando di mettere in rete le tradizioni e le eccellenze dell’innovazione progettuale.
A Firenze di luoghi di eccellenza ce ne sono tanti: dallo IED a tante altre scuole di formazione che vedono transitare moltissimi giovani talenti, che vivono in città negli anni di studio e poi, spesso, volano via con le competenze apprese.
Sarebbe bello, credo, recuperare e rinnovare una idea lanciata cinque anni fa: questi tanti ragazzi stranieri, una volta salutata Firenze, potrebbero diventare suoi ambasciatori nel mondo.
Perché Firenze non è solo una “parentesi tra una partenza e un’altra”, ma un modo di vivere, di apprendere, di guardare la realtà con occhi particolari. Perché Firenze è bellezza ma è anche, e soprattutto, sapere e saper fare.
Il nostro patrimonio ha bisogno di viaggiare fuori le mura anche grazie a questo capitale umano che ogni anno “inonda” la nostra città: sarebbe davvero bello se il Comune proponesse dunque un “fiorino formativo”, insieme agli altri tipi di attestati che già ha, da donare a tutti i giovani stranieri che hanno scelto Firenze per formarsi e che poi gireranno il mondo. Perché si sentano sempre ambasciatori delle nostre capacità e delle nostre eccellenze, e sappiano di essere responsabili di questo incarico.
A Firenze d’altra parte non si studia e basta: si vive, si cresce, si prende un modo di fare che non se ne va più.

giovedì

3

aprile 2014

C’è bisogno di Firenze

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

Clima da campagna elettorale. Fra pochi giorni la città sarà invasa da manifesti e volantini, da idee e progetti, da promesse e sogni. Intanto si stanno delineando le coalizioni che si sfideranno il 25 maggio. Con una destra divisa almeno in tre, che non ha avuto il coraggio di fare le primarie richieste dal suo popolo, ed ha preferito scegliere i propri candidati sindaco per lo più secondo indicazioni romane. Con la sinistra in fibrillazione, nel tentativo di misurarsi sull’antirenzismo: Tommaso Grassi, combattente consigliere comunale, candidato per Sel e Cristina Scaletti, ex assessore comunale della giunta Renzi ed ex assessore regionale della giunta Rossi, candidata con una lista civica che porta il suo nome. E poi con il Partito Democratico, che due settimane fa ha chiesto a più di diecimila fiorentini di scegliere il candidato sindaco, e che ora con Dario Nardella guida una coalizione ampia che raccoglie al suo interno parte della sinistra e parte dei moderati della città.
Io sto esattamente qui, come sempre: con il mio Pd che fa penare e arrabbiare, ma che soprattutto ogni giorno fa appassionare. Sto con l’idea di pensare a Firenze, consapevole del fatto che un’era, come tante altre prima e come tante altre poi, si è chiusa e da quel che è stato bisogna ripartire con slancio, immaginando insieme il futuro.
Tra poche settimane partiranno i lavori delle linee 2 e 3 della tramvia. Mi viene da dire: era l’ora. Ed anche. meglio tardi che mai.
Penso che la tramvia sia l’esempio di quello che dovremo fare nei prossimi cinque anni: far ripartire i grandi progetti, fermi a causa della crisi e a volte di alcune nostre scelte. E dovremo farlo bene, insieme: con l’attenzione verso la nostra economia che deve rinascere, con l’attenzione al sociale, alle nuove emergenze che ormai colpiscono anche il ceto medio. Con un occhio sempre puntato sulla cultura della nostra città (a proposito, sapete che pochi giorni fa è stata inaugurata piazza Vittorio Gui, davanti al Nuovo Teatro dell’Opera? Andate a vederla perchè ne vale la pena!).
C’è tantissimo lavoro da fare, e mi viene da dire che c’è bisogno di Firenze perchè Firenze ha bisogno di noi.
Abbiamo perso davvero troppo tempo a dare spettacolo su un dibattito tutto nazionale, che ha messo in evidenza soltanto le nostre divisioni. Adesso cambiamo pagina, ripartendo dalla città. Che deve uscire a testa alta dalla crisi e deve dare il meglio di se’ nei prossimi mesi.
Con responsabilità e coraggio guardiamo a un futuro da costruire insieme, da discutere insieme.
Io sto qui, sto a Firenze, sto nel Pd.

venerdì

14

marzo 2014

Solidarietà e amarezze

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

Vedo molti comunicati stampa di solidarietà al vicesindaco Nardella dopo quello che è successo oggi in Comune tra lui e alcuni ambulanti di San Lorenzo.
Mi unisco alle varie voci: ogni atto fuori dal rispetto reciproco è un errore gravissimo e, come tale, è da condannare.
E lo condanniamo.
Vorrei condannare però anche altre cose: primo tra tutti il sorriso di un autorevole rappresentante dell’opposizione cittadina, ritratto con gli ambulanti difronte all’ufficio di Nardella.

Io la storia di San Lorenzo credo, sommessamente e silenziosamente, di averla seguita un pochino. Mi sono fatta un’idea, più o meno come tutti. Magari andando a conoscere chi lavora con i banchi, iniziando a ricordarne gli sguardi e le preoccupazioni, l’idea che me ne sono fatta ha qualche motivazione in più di una semplice presa di posizione strumentale o a priori. Ma non vorrei questionare su questo, anche perchè credo sia il mio compito e nulla di più.

Solo vorrei dire che le soluzioni potevano essere trovate, le stavamo trovando. Vorrei dire che l’errore enorme che è stato fatto e che ha portato fin qui è stato quello di pensare di poter affrontare un tema come quello della necessaria riqualificazione di un quartiere cittadino decidendo chi fosse il nemico da sconfiggere, invece che provando a costruire strade condivise. Vorrei dire che la strada da percorrere era (mi piace dire è, perchè sono ottimista!) stetta ma reale. E vedere quel sorriso oggi mi fa incazzare più di ogni altra cosa. Significa che qualcuno gioisce di una cosa sbagliata, e lo fa con una certa malizia, come a dire “ho vinto io, ti vengono a strattonare oggi, stai a vedere”.

Ecco, a me dispiace che ci sia chi interpreta la sua funzione pubblica non come risolutrice di problemi, ma come agitatrice di tempesta. Perchè starebbe proprio a noi “politici” il compito della responsabilità, starebbe a noi il dovere di spiegare che la violenza porta solo al passare dalla parte del torto.

Per quanto mi riguarda, per quanto mi sarà possibile, proverò ancora ad aiutare nella ricerca di una soluzione che permetta agli ambulanti di tornare a lavorare e al Comune di recuperare un pezzo di città.

Post Scriptum: e intanto rimango in fervida attesa che il mio ex Sindaco ed il nostro attuale Presidente del Consiglio mantenga la promessa di chiudere le Soprintendenze…

venerdì

7

marzo 2014

Anticipi di primavera

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

E insomma ci siamo quasi: con questo sole che si alterna ai temporali e la mimosa che esplode di giallo.
Domani è la festa della donna, una festa che rinnova il nostro impegno per i diritti al femminile, e che ci accompagna verso la nuova stagione e le giornate più lunghe.
Una primavera che senza ancora essere arrivata già fa sentire il suo calore, anche a Firenze. Soprattutto a Firenze.
A Firenze che nemmeno un mese fa, alla fine, ha salutato il suo sindaco con quella strana giornata in cui Palazzo Vecchio sembrava il centro del mondo. A Firenze che tra pochi giorni vedrà partire, finalmente, i lavori per le linee 2 e 3 della tramvia. A Firenze che prova a ritrovare una sua dimensione più normale, ma che vuole correre perchè quello sa fare.
Tra poche settimane sarà terminato questo nostro mandato in Consiglio comunale.
Farò da qui un bilancio di quel che ho fatto, di quel che ho imparato, di quello che ho sbagliato.
Dirò quello che avrei voluto fosse fatto meglio e quello di cui vado orgogliosa.
Poi ci sarà la campagna elettorale: quelle giornate belle e intense che rendono irresistibile la primavera, con incontri, dibattiti, cene e volti da incrociare. Storie da cullare, di cui farsi carico. Con cui disegnare il futuro.

Ne vedremo delle belle. E sarà entusiasmante immaginare Firenze.

martedì

4

febbraio 2014

Capiamoci

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

In questi giorni, in Consiglio Comunale e su Facebook, ho avuto modo di interloquire o “essere contestata” da alcuni residenti del centro storico per le mie posizioni sulla movida.
Però capiamoci, provo a farlo qui, un’altra volta. Una volta per tutte.
Io non credo che la ragione alberghi da una parte sola, non è mai così.
E per carattere non amo le crociate.
Inoltre la sera, non si direbbe, se posso sto bene pure a casa e vado a letto presto. Così, per dare una nota di colore.
Credo però, è quello che ho provato a dire ieri in Consiglio, che quando un’attività economica chiude per colpa di un sequestro che poi viene dissequestrato (e dunque, direi, di un sequestro opinabile), si sia perso tutti.
E credo che quando si arriva a un sequestro significa che qualcosa non ha funzionato, ed è proprio in questo qualcosa che si devono cercare le cause e le soluzioni.
Io la mia idea a tal proposito l’ho detta, ed anche più volte. Su questo blog e altrove: non mi convincono le misure emergenziali, da inventare e modificare ogni volta all’occorrenza. Beninteso, quando ormai il vaso è rotto meglio la colla di nulla.
Ma potremmo provare a non rompere il vaso, una volta tanto?
Ecco, umilmente e pacatamente da mesi propongo questo.
Come? Intanto cercando di capire bene cosa sia questa fatidica notte. Quali siano i suoi limiti, quali i suoi pregi. Provare a mitigare il disturbo ai residenti, che hanno il giustissimi diritto al riposo, ma allo stesso tempo non tacciare i locali o i giovani di essere la feccia di una comunità.
Io sono per l’integrazione, insomma. E onestamente non mi pare la posizione più rivoluzionaria del secolo, visto che è quanto accade più o meno in ogni grande città.

Chiudo con una battuta, che tanto quello che penso sugli orari ridotti e contorni già l’ho detto qualche giorno fa: su Facebook ho scritto uno stato citando il grande Guccini. “Ma i moralisti han chiuso i bar e le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori.”
Qualcuno l’ha presa male, e me ne scuso. Voleva essere una citazione piacevole ma battagliera, come piace a me. Se ho leso le sensibilità di qualche residente non era certo mia intenzione…Io rispetto chi lavora e la sera si vuole riposare. Se poi ad essersi offeso è qualche gentil signore che vive tranquillo e pensa che il centro storico se lo possa comprare con la sua bella carta scintillante beh, sì, in quel caso forse siamo difronte a una classica coda di paglia.
Non me ne vogliate, ma la penso così.

sabato

18

gennaio 2014

Il regolamento per gli impianti sportivi comunali

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

Ieri pomeriggio in Palazzo Vecchio si è riunita la Commissione Cultura e Sport che, per la nona volta, discuteva del nuovo regolamento per gli impianti sportivi.
Ci tengo a dire che è stata la nona discussione perchè questo dà l’idea di come si possa fare le scelte giuste e amministrare bene quando su un argomento l’assessore si confronta a lungo e approfonditamente con i consiglieri. Di questo va reso atto alla vicesindaco Stefania Saccardi ed al presidente della commissione Leonardo Bieber per la volontà politica, ed agli uffici comunali per la disponibilità dimostrata.
Su un punto in particolare vorrei soffermarmi, ovvero quello che riguarda il mondo del lavoro collegato allo sport.
Le tante società sportive infatti si basano fortemente sul preziosissimo volontariato, ma anche, spesso, su alcune figure professionali che devono, ovviamente, avere la giusta retribuzione.
Allo scadere della concessione di un impianto, ci troviamo però anche in questo caso davanti al problema di come garantire quei posti di lavoro che, seppur pochi, fanno la differenza nella vita delle persone.
Non sto parlando tanto degli istruttori sportivi, che hanno un loro particolare contratto e pure una loro particolare relazione con le stesse società. Il problema a cui mi riferisco riguarda piuttosto quelle persone che svolgono compiti di segreteria, di custodia degli impianti ecc: questo lavoro può essere svolto da volontari, ma non sempre bastano.
Dunque, anche in queste situazione è necessario che la politica tuteli il lavoro.
La proposta su cui stiamo lavorando, ideata e supportata soprattutto dal gruppo del Pd, è quella perciò di prevedere, per ogni singolo bando di gara, un numero congruo di personale che deve essere assunto a tempo indeterminato.
Sarà il Comune dunque a valutare se un impianto ha bisogno di punte, una o più figure professionali, regolarmente retribuite. In questo modo potremo tutelare i posti di lavoro senza ingabbiare le società sportive in impegni troppo gravose per le loro casse.
C’è chi dice che questo sistema svilisce il ruolo del volontariato sportivo: io credo di no. Perchè mettere in regola chi lavora significa aumentare le tutele anche per la società stessa e per chi alla società dedica il proprio tempo libero. Tutti noi conosciamo bene il valore dei nostri, tantissimi, volontari: ma non possiamo nascondere dietro a questo bellissimi impegno la mancanza di diritti e di tutele. È necessario invece tenere separati i ruoli ed i compiti, anche e soprattutto per rafforzare i servizi (in questo caso sportivi) da offrire ai fiorentini.

martedì

14

gennaio 2014

Proposte per il tempo che verrà

Categoria Le cose che abbiamo in Comune

Oggi sui giornali leggiamo il dibattito sulla Firenze Grande, che superi i confini comunali e si divida in nuove municipalità: una città da 650.000 abitanti, con tramvie, poli universitari, spazi culturali, aree industriali.
La città dei sogni del terzo millennio.
Partiamo da ciò che c’è: alcuni servizi sono già condivisi, a partire da Toscana Energia e Quadrifoglio, passando per il trasporto pubblico.
Basta?
Io credo di no. Ma non perchè unendo i comuni avremmo un risparmio sui costi della politica. Queste sono motivazioni fittizie: si risparmia anche chiudendo tutto, ma poi nessuno ha niente. Il tema vero, appassionante della discussione, oltre ai dibattiti regolamentari ed ai decreti legge, è quello tutto politico su cosa vogliamo che sia, cosa vogliamo che offra, cosa vogliamo che includa, cosa vogliamo che valorizzi il nostro territorio in tempi di crisi e di modernità.
E sono convinta che questa discussione debba essere presa in mano con forza da tutto il Pd e dai nostri candidati sindaci, sia dove si terranno le primarie sia dove non ci saranno.
Perchè è possibile nel 2014 pensare che Firenze sia competitiva con i suoi 360.000 abitanti? Siamo sicuri che possa bastare a se stessa, vivendo di turismo e di pubblica amministrazione? E allo stesso tempo siamo sicuri che la strategia sul nuovo Teatro dell’Opera, piuttosto che quella sulla riorganizzazione del sistema tramviario (per non parlare delle note vicende aeroportuali) trovino tutta la loro essenza dentro i confini degli attuali comuni?
Quando siamo in crisi, è di solito il momento giusto per rimescolare le carte.
Ecco, ci siamo: se una richiesta è da fare a questo Governo, è che ci metta al più presto nelle condizioni di fare un Comune unico, davvero contemporaneo nella gestione dei servizi e all’avanguardia nello scenario europeo.

Post Scriptum: stasera c’è l’assemblea comunale del Pd, dove decideremo se far correre Renzi alle primarie (ad oggi contro Fantoni) o riconfermarlo senza questo passaggio. Credo sia noto a tutti che chi scrive non è stata mai troppo magnanima verso questa amministrazione. Sono però convinta che chiedere a un sindaco uscente, al primo mandato, di passare da primarie significhi aver perso la bussola. E non perchè Renzi si chiama Renzi: questo si sa di già. Semplicemente perchè la discussione cui ho accennato in questo blog e ogni altra discussione sul futuro della nostra città ne uscirebbe distrutta. E forse un pochino anche il Pd: noi non siamo montatori di gazebo! Siamo uomini e donne che dedicano parte del loro tempo o della loro vita al bene comune. Dunque parliamo di questo: del programma per i prossimi cinque anni. Altrimenti moriremo di primarie, non sarebbe un granchè.