Sopra i tetti di Firenze

IL DIARIO DI CECILIA PEZZA

Fedeli alla Linea

lunedì

27

gennaio 2014

Bim Bum Bam è fantasia

Categoria Fedeli alla Linea

Insomma sono venti anni che il Cavaliere ha fatto il suo discorso all’Italia, la sua discesa in campo.
Correva l’anno 1994.
Io avevo sette anni, e con la mia sorella grande (raggiungeva addirittura il decimo anno d’età!) guardavamo Bim Bum Bam il pomeriggio. Era una cosa bellissima: un’ora di cartoni animati tutta per noi, una tregua tra la scuola ed i compiti a casa.
Proprio nel 1994, quando i nostri amati paladini venivano interrotti dalla pubblicità, apparve quel cielo azzurro con le nuvolette bianche e uomini e donne vestiti anni Novanta, sorridenti e sicuri, che intonavano “Dai Forza Italia è tempo di vincere!”.

Insomma sono vent’anni che è passato quel cielo terso ricco di falsi speranze per noi bambine in attesa del cartone successivo.

In questi venti anni noi siamo cresciute, tra qualche mese, strano il caso, entrambe ci sposeremo.
In questi venti anni la sinistra è cambiata, sia nelle sigle che nei volti, e pure un po’ nelle proposte, direi.

L’unico che in vent’anni è rimasto uguale a se stesso è quindi proprio il nostro Cavaliere. Buon per lui, che devo dire. Peggio per noi.

In ogni caso si sa: Bim Bum Bam fa anche questo, Bim Bum Bam è fantasia.

lunedì

6

gennaio 2014

I pozzi da scavare (e quelli da cui attingere acqua)

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Il 13 gennaio sono stata invitata da Sergio Staino a presentare il nuovo libro di Emanuele Macaluso “Comunisti e Riformisti, Togliatti e la via italiana al socialismo”.
I dettagli della serata, per chi fosse interessato, sono qui.
Il testo è interessante, soprattutto per chi come me studia storia e prova a fare politica.
Con intenzione quasi provocatoria l’autore analizza la strategia politica di Togliatti per arrivare a riflettere sull’oggi, su cosa è rimasto della sinistra in Italia. Certo ne esce un quadro amaro, sono molte le ambiguità e gli errori (o timidezze?) che vengono evidenziati.
Ma io non posso farla questa analisi: non ho l’età e purtroppo o per fortuna non mi compete, almeno non fino in fondo.
Perciò è ancora più accattivante l’idea di dover presentare questo libro: perchè sulla mia generazione cade invece la responsabilità del futuro della sinistra. Il presente è noto, c’è a chi piace di più e a chi piace di meno. C’è questa storia di una politica fatta con slogan e fastidiosissime tifoserie. C’è l’abitudine ormai sedimentata di prendere posizione per partito preso ed etichettare chi prova a fare un ragionamento come traditore o come schizzinoso (e proprio Macaluso, parlando di Amendola, dice “contraddì e si contraddisse, perchè sempre fece politica e per chi fa politica e non segue solo schemi ideologici arriva comunque il momento in cui ci si contraddice”. Quanto dovrebbero imparare oggi certi portatori di verità, sedicenti di sinistra!). C’è che l’analisi ormai non la fa più nessuno (come erano belle le pagine sulle analisi del Pci nel “Midollo del leone” di Reichlin!). C’è che i cittadini hanno preso in odio la politica e guardano con sfiducia alla sinistra. C’è che le riforme non le ha fatte mai nessuno, ma ognuno le ha promesse. C’è che di partiti veri è rimasto solo il nostro Pd, ma se Atene piange, certo Sparta non ride.
Insomma il futuro è incerto, e quello della sinistra italiana ancor di più.
Discuterne fa bene, credo.
Dunque il 13 gennaio vi aspetto, allo Spazio Alfieri (un bello spazio, tra l’altro, recuperato ai fiorentini grazie al lavoro del Comune).
Io intanto metto in ordine le idee, che tanto questo serve, per guardare al futuro con l’ottimismo adeguato ai tempi che stiamo vivendo. Ricordando ovviamente, come sempre, che “chi prende l’acqua da un pozzo non dovrebbe dimenticare chi l’ha scavato”.

mercoledì

11

dicembre 2013

Forconi, grilli e manganelli

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Poi c’è questa cosa dei forconi, che quasi viene raccontata con fare folcloristico.
In un Paese civile, gruppi semi armati che vanno all’assalto di librerie e bloccano il traffico, leader politici che invitano la polizia a solidarizzare con i manifestanti sarebbero cose impensabili.
Ma noi normali non siamo, no.
Forse sarebbe necessario comprendere fino in fondo la rabbia che porta a questi atti vandalici che da lunedì infestano le nostre città. Perchè dire che sono tre fascisti e qualche camionista mi pare darne una lettura un tantino semplicistica.
Questo è lo scontento dell’Italia che rimugina da troppo tempo. La rabbia, a volte fondata ma spesso strumentale, verso la politica che sembra distante. La noia dei soliti furbetti all’italiana che magari con questa crisi il furbo addosso non ce l’hanno più. Ma anche la disperazione di chi un lavoro ce l’aveva prima e ora muore soffocato dalle tasse, senza vedere la fine del tunnel.
Insomma secondo me dietro ai forconi c’è davvero tanta roba.
E fa paura perchè una parte consistente di questa roba non è buona, e trascina con sé chi invece è incazzato davvero.
Io penso, sarò particolare, che il vero evento di questi giorni non siano state le nostre primarie. Che sono state eccezionali, per carità. Ma l’evento vero è stato questo dei forconi. Che uno Stato normale avrebbe già sedato (e uno Stato normale avrebbe anche risposto per le rime al prode Grillo, visto che rappresenta il 25% degli italiani e sta inneggiando alla rivolta civile). Ma che una politica reale avrebbe anticipato, pure.
E sarà che sto studiando in queste settimane, ma le storie di questi giorni mi ricordano tanto gli anni dopo la Prima Guerra Mondiale. Quando una classe politica, fallendo, aveva lasciato il vuoto cosmico. E le piazze e le strade traboccavano confusione (altamente giustificata, direi). E alla confusione, in mancanza dello Stato, rispose il manganello.
Il resto è storia.

giovedì

21

novembre 2013

Eroi.

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gd Mi ricordano che oggi è il quinto compleanno dei Giovani Democratici.
Allora lo festeggiamo con un decalogo.

1 – I GD sono quelli che quando c’è la Festa vengono utilizzati per tutto, dal coccardaggio alla vigilanza (diurna, quella della notte ormai è raramente in mano ai volontari).
2 – I GD sono quelli con cui anche il più imbranato smanettone impara ad impostare un volantino.
3 – I GD sono quelli che i rappresentanti d’istituto, la consulta degli studenti, il senato accademico, eccetera eccetera eccetera (direbbe Gaber).
4 – I GD sono quelli che la bandiera rossa no, ma neanche quella tricolore del PD: ci assestiamo su un pacato e caloroso arancione…
5 – I GD sono quelli che cinque anni fa hanno rischiato seriamente di chiamarsi Fermenti Democratici: un attentato alle democrazia.
6 – I GD sono quelli che ancora nel 2013 sperano in qualche corteo ogni tanto, ma poi se proprio non ce la dovessero fare va bene anche una festa in una Casa del Popolo. Prezzi assolutamente popolari.
7 – I GD sono quelli che a diciassette anni sanno già compiti e competenze di segretario, segreteria, direzione, direttivo e assemblea.
8 – I GD sono quelli che alle tre di notte ancora non hanno chiuso lo stand e nemmeno ci pensano tra partite a calcetto e Redefinition of Disco.
9 – I GD sono quelli che dopo una riunione c’è sempre una birra (e magari ogni Comune ha una Pezza che vorrebbe andare a letto).
10 – Infine i GD sono quelli che nel PD io chiamerei eroi. Già.
Perchè sono stati per cinque anni l’avanguardia coraggiosa di questo partito. Sempre pronti a criticarlo ed a difenderlo. Perchè sono andati davanti alle fabbriche prima che ci arrivassero tanti altri, e perchè provano a rappresentare chi non ha voce. Perchè hanno fatto una festa nazionale a Torre del Lago mentre il Pd discuteva ancora con la Binetti. Perchè sono giovani ma non si vergognano delle proprie radici. E poi perchè sanno cosa sia una comunità politica.
Spesso i GD sono quelli degli attacchinaggi durante le campagne elettorali, dei volantinaggi e del coccardaggio.
Altre persone queste cose non sanno nemmeno cosa siano e siedono tranquillamente in qualche organismo istituzionale.
Beh, mi dispiace per loro.
Non sanno cosa si sono persi.

Tanti auguri Giovani Democratici.
E grazie a chi c’è stato, a chi c’è ed a chi ci sarà.

lunedì

18

novembre 2013

Dove si guarda avanti

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C’è una cosa strepitosa accaduta in questo 2013. E non è la sconfitta elettorale di febbraio. E non è questo congresso in cui ancora si discute di chi ha vinto. E non è nemmeno la rielezione di Giorgio Napolitano.

Nossignori. La cosa strepitosa l’hanno fatta quelli che abitano la Città del Vaticano.

Un Papa si è dimesso. Quel Papa che per anni ci ha fatto arrabbiare, a volte gli abbiamo dato ragione ma spesso no. Per via delle scarpe rosse di Prada, forse. O per quell’accento così duro per noi italiani. Quel Papa che ci avvertiva del pericolo della caduta dei valori. Quel Papa così dottrinale, sempre troppo distante dal suo popolo smarrito. Ecco, quel Papa si è dimesso. E il Conclave ha eletto un nuovo pastore, chiamato a guidarci dall’Argentina. Uno che girava in tram e appena nominato ha salutato il mondo chiedendo: “pregate per me”.

Io sono cattolica. Oppure ci provo. Inciampando qua e là. Questi due uomini così umani e così divini mi hanno ripreso per i capelli. Mi hanno mostrato l’eternità di una istituzione secolare. Mi hanno insegnato cosa sono l’umiltà e la speranza.

Senza Ratzinger, non ci sarebbe Bergoglio.

E dunque la Chiesa dura, si rinnova, prova a rispondere alla crisi del nostro tempo, senza rinnegare se stessa.

Dove si guarda avanti c’è speranza, c’è futuro. Dove si guarda indietro non c’è niente: il rischio è essere travolti dalla disperazione e dalla rassegnazione di questa strana modernità.

Per una volta, sarebbe bene che la politica (o almeno il Pd) imparasse dalla Chiesa.

giovedì

31

ottobre 2013

Scusateci

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Questo è un Paese strano.

In cui ogni volta che i padri creano disastri dicono che è colpa dei figli.

L’altro giorno, per esempio, un ex Lotta Continua, passeggiando con un ex berlusconiano, mi ha vista e mi ha accusata che se l’Italia è ferma è colpa dei giovani comunisti come me.

Ora, io negli anni Settanta nemmeno esistevo nei pensieri dei miei genitori. Quando è caduto il comunismo avevo tre anni. Quando Berlusconi ha vinto per la prima volta le elezioni avevo nove (ben nove!) anni.

Evidentemente è colpa mia. Anzi, dei giovani “comunisti” come me. Scusateci.

mercoledì

23

ottobre 2013

Resta amico dei ragazzi di strada

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Ho appreso una cosa strana capitata ieri a un congresso di circolo.

Un compagno, iscritto al Pd da sempre e prima dirigente dei Ds fiorentini, si è recato alla discussione congressuale del suo circolo, che si svolgeva su due giorni: ieri ed oggi. Per una serie di complicazioni lavorative, non poteva tornare oggi a votare ed ha chiesto di poterlo fare ieri, durante il dibattito. Cosa non impedita dai regolamenti, e comunque possibile. Non c’è stato accordo sulla vicenda ed alla fine gli è stato negato di esprimere il suo voto.

Ecco, questo racconto mi ha fatto pensare tanto. E mi ha fatto ricordare il mio primo congresso di sezione (allora si chiamavano così). Era domenica mattina ed io dovevo andare alla Messa. Chiesi di poter votare prima e senza alcun problema mi dettero il permesso. Con sorpresa di tutti, votai la mozione Bandoli (quante cose accadono in gioventù!). Poi augurai buon lavoro e andai a fare il mio dovere da catechista.

Ai tempi, d’altra parte, votavano gli iscritti del partito ad una tale data: una cosa normalissima, quella cosa uguale a tutte le associazioni.

Adesso le cose sono cambiate: ci si iscrive anche un quarto d’ora prima di votare e si decide tutto. Poi ci sono pure le primarie (di cui sono una sostenitrice, critica, ma convinta), in cui nemmeno te la chiedono, la tessera. Questo mondo strano complica assai le cose e porta a due folli ed inconciliabili letture: ci sono i sostenitori del purosangue, che sono ormai talmente sospettosi che prima di fare una tessera a un cristiano gli guardano pure quanto cerume abbia nelle orecchie, e poi ci sono i teorici delle tessere, quelli che tesserano anche le badanti delle nonne.

Nel mezzo, come sempre, resta assai poco. Resta la voglia ostinata di fare un partito serio, che dia il valore ed il protagonismo giusto agli iscritti, che si apra alla società (spesso quelli che oggi non fanno votare il compagno della storiella sono gli stessi che anni fa mi insegnavano a dire “non rinchiuderti Partito nelle tue stanze, resta amico dei ragazzi di strada!). Resta l’amarezza di rendersi conto che chi dovrebbe insegnare ai nostri ragazzi ad amare la democrazia, a conoscere le persone, a distinguere il torto dalla ragione, si ingegna invece a farsi esempio di illogica tifoseria, di chiuso grigiore difensivo.

L’anarchismo plebiscitario a cui siamo giunti ci porta a questo: posizioni irrazionali prese da persone che anni prima avrebbero fatto e detto esattamente il contrario.

Allora mi dico: è davvero il tempo di cambiare le cose. Perchè quando si nega il diritto ad un compagno di votare al congresso vuol dire che le cose proprio non vanno.

 

martedì

15

ottobre 2013

Un Congresso più che coerente

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Tre anni fa con un gruppo largo di giovani del Partito Democratico candidammo Patrizio Mecacci alla segreteria metropolitana fiorentina.

Non eravamo solo giovani, certo.  Ma l’idea partiva da noi, che volevamo costruire uno spazio di dialogo e confronto sul governo delle nostre comunità, uno spazio senza etichette e senza contrapposizioni locali o politiche. Un partito, insomma, che tenesse dentro tutti.

Sono stati anni complicati, a tratti belli ed entusiasmanti, a tratti pieni di errori. D’altra parte, chi non fa non falla. Sono stati anni in cui il mondo e la politica sono cambiati ad una velocità inimmaginabile. Direi che sono peggiorati, ma l’ottimismo della volontà mi impedisce di definirli così.

Quel che è certo, è che in questi anni è cresciuta una generazione di sinistra, alla guida del partito e dentro le nostre amministrazioni. Una generazione che cerca di risolvere i problemi e di guardare il mondo da un punto di vista chiaro: quello di chi combatte le ingiustizie sociali e non vuole lasciare indietro nessuno, quello di chi tutela l’ambiente e vive su Internet.

In queste settimane ci troviamo a svolgere i nuovi congressi per rinnovare i gruppi dirigenti. Dopo tutto quello che è passato, dopo le battaglie delle primarie dello scorso anno, io sono ancora estremamente convinta che si debba fare un partito che includa tutti, senza tifoserie. Un partito forte e radicato, di sinistra. Per questo sosterrò Gianni Cuperlo alla segreteria nazionale. E per gli stessi motivi ho deciso di sostenere la candidatura di Fabio Incatasciato a segretario metropolitano: perchè è il tempo di buttare il cuore oltre l’ostacolo, di navigare in mare aperto.

Per la Cecilia Pezza, la giamburrasca, la piccola cosacca che è sempre stata in prima linea quando c’è stato bisogno di discutere, adesso è il tempo di ricostruire un perimetro entro il quale ci si conosca e ci si riconosca. Il tempo di abbandonare le vecchie sicurezze oltranziste, cariche di emotività e di convinzione da tifoseria. C’è da ricostruire la Sinistra partendo da qui: dalle prossime elezioni amministrative, dal cambio di guardia nel Pd. Una posizione minoritaria, di retroguardia battagliera, sarebbe stata sicuramente più semplice da intraprendere. Era chiaro dove saremmo andati a finire, chi eravamo e quanto eravamo belli.

Ma la politica non si fa per stare in minoranza e contrattare sui posti: la politica si fa per discutere delle questioni a volto scoperto, per risolvere i problemi delle persone. Si fa per cambiare le cose, e per farlo serve governare, non fare testimonianza.

Per questo accetto la sfida: perchè è coerente con quanto pensavo tre anni fa, perchè significa fare un passo avanti a sinistra. Senza sopravvivere nelle posizioni di rendita, ma provando a vivere nelle difficoltà del nostro mondo grande e difficile, con coraggio.

venerdì

4

ottobre 2013

Una vergogna

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Quello che è successo a Lampedusa è una vergogna, c’è poco da aggiungere.

A parte il fatto che oggi c’è una Nazione in lutto ma domani continueranno ad arrivare barconi carichi della speranza disperata di trovare qui una civiltà.

Qui invece troveranno, come è accaduto fino ad oggi, i Cie, l’impossibilità di diventare cittadini, la lotta per l’accesso alle liste degli alloggi popolari. La difficoltà di trovare un lavoro perchè senza residenza non si esiste e senza lavoro non si ha la residenza spesso, anche se non dovrebbe essere così. La difficoltà ad avere le cure, ad accedere al welfare. L’insofferenza e l’ostilità degli italiani.

Ecco, il lutto di oggi domani dovrebbe trasformarsi in rivoluzione. Torniamo ad essere un Paese civile.

domenica

29

settembre 2013